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Tutto quello che penso sul “Caso Quirinale”
di Giorgio Napolitano – “la Repubblica” (29 novembre 1991)
Napolitano story 7
Cosa scriveva il "caro leader" nel 1991?
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Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del Presidente della Repubblica non è che l’ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il paese.

I fenomeni di crisi che già investono l’economia, con i connessi rischi di crescente tensione sociale, il complessivo degrado del “sistema Italia” alla vigilia di impegnativi sviluppi sulla via dell’integrazione europea, richiederebbero un quadro istituzionale e politico profondamente rinnovato, capace di garantire, attraverso una limpida dialettica democratica, scelte chiare e azioni efficaci.

Ne siamo invece drammaticamente lontani, anche e soprattutto per la sordità mostrata negli anni e nei mesi scorsi dai maggiori partiti di governo di fronte all’esigenza di riformare il sistema, lavorando per le necessarie larghe intese in Parlamento, e di contenere così l’onda delle reazioni di insofferenza e di rigetto che andava montando nell’opinione pubblica. Confusione ed esasperazione politica, marasma istituzionale, vuoto di governo congiurano nel rendere assillanti gli interrogativi sul futuro prossimo della democrazia e della società italiana.

Norberto Bobbio ha espresso la sua angoscia per il dilagare di “una rissa di tutti contro tutti” e ha rivolto un estremo appello – il più disinteressato, equilibrato ed autorevole – al Presidente della Repubblica. Occorrerebbe in questo momento cruciale senso della misura da parte di tutti, per ristabilire un minimo di ordine nei rapporti istituzionali e politici, per porre sui binari giusti il contenzioso che si è venuto accumulando, per dare all’opinione pubblica il senso di un chiarimento e di un rinnovamento possibili alla vigilia di una cruciale prova elettorale. Si è totalmente smarrito il senso della misura al Quirinale. Non c’è stata misura nelle scelte del Partito socialista, da quando decise di schierarsi sconsideratamente come “partito del presidente” e ora che ha ripreso a farlo nel modo più clamoroso. Non è espressione di senso della misura la reazione anodina e a più facce della Democrazia Cristiana dinanzi all’aggravarsi della questione Cossiga.

E tra i motivi del mio dissenso rispetto alla decisione improvvisamente prevalsa al vertice del Pds di chiedere la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica vi è stata la preoccupazione per l’effetto che avrebbe potuto sortire di un ulteriore acuirsi del marasma politico e istituzionale piuttosto che di uno scioglimento dei nodi più scottanti. Quel dissenso è stato nello stesso tempo dettato da gravi ragioni di metodo per quel che riguarda la formazione di una decisione così impegnativa; da attente valutazioni di origine giuridico-costituzionale, pubblicamente confortate, in questi giorni, da autorevoli pareri di giuristi pur severissimi verso i comportamenti del Presidente Cossiga; e da considerazioni politiche relative alla necessità di chiamare tutte le altre forze democratiche alle loro responsabilità senza cadere nel giuoco di chicchessia. Ci siamo pronunciati secondo coscienza e convinzione; non suggerendo al Pds alcun meschino calcolo di convenienza.

Ci sono momenti in cui si mostra coraggio resistendo alla tentazione dei gesti estremi e al condizionamento di una perversa gara al rilancio, e resistendo anche alla legittima indignazione dinanzi ad attacchi provocatori: per cercare le strade più sostenibili, valide e produttive di azione politica.

Questo significa oggi sollevare una questione di incompatibilità tra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal Presidente Cossiga e la funzione attribuita dalla Costituzione al Presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica.

Riflettano tutti i partiti sul modo di porre questa che può configurarsi come una questione politica di dimissioni del Capo dello Stato: non si copra, nessuno, con l’alibi che rischia di diventare il problema dell’iniziativa di messa in stato di accusa annunciata – ma non ancora formalizzata – dal maggior partito di opposizione. Si sono intanto definite altre due importanti occasioni di chiarimento politico e istituzionale, come era possibile prevedere già la scorsa settimana: un dibattito in Parlamento e il conflitto – promosso dal Csm – dinanzi alla Corte Costituzionale. Ciascun organo dello Stato, a cominciare dal Parlamento e dal governo – ha rilevato Valerio Onida – ha “il potere e il dovere di far valere le proprie competenze”, senza sfuggire alle proprie responsabilità e senza lasciarsi intimidire.

Vanno affrontate così anche altre questioni spinose sollevate dai comportamenti del Presidente della Repubblica, come quella delle regole per l’accesso alla televisione pubblica, e quella dell’inquadramento istituzionale dei servizi di sicurezza.

Il peggio sarebbe lasciar cadere queste occasioni, eludere ogni questione, favorire una lunga e ambigua polarizzazione sul caso dell’incriminazione del Presidente ai sensi dell’articolo 90 della Costituzione, far marcire insieme esigenze di riforma del sistema politico ed esigenze di profondo rinnovamento nel governo del Paese.

Facendo scorrere così i prossimi mesi, si giungerebbe alle elezioni con un paese stremato. Il voto di Brescia è stato più di un campanello d’allarme: ha misurato credibilmente travagli e tendenze di carattere generale.

Non c’è di che rallegrarsi e consolarsi per nessuno dei partiti storici, nonostante qualche raro segno positivo come la ripresa del Pri.

E’ più che mai in forse la governabilità del paese, per garantire la quale non basta certo l’intento rassicurante del Psi, l’impegno del suo segretario a continuare nella collaborazione con la Dc senza che neppure si dica per fare che cosa, in risposta a un così allarmante malessere, a un così inquietante groviglio di problemi.

Saremo giudicati tutti sulla base della nostra capacità di concorrere al superamento di quella spirale involutiva che si sta ora stringendo attorno alla questione del Presidente della Repubblica.