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VI Egloga di Virgilio

Dedicata ad Alfeno Varo

Sileno:
Per prima la mia musa  si degnò di cantare in verso
siracusano e non ebbe pudore di abitare i boschi.
Quando però  incominciai a dire di eroi e battaglie,
Cinzio, tirandomi l’orecchio, mi ammonì: “O Ritiro, si addice
ad un pastore guardare grosse pecore e un semplice
canto intonare”, Ora io (infatti a te, o Varo, non mancheranno
coloro che amano cantare le tue lodi e scrivere le guerre
brutte) accorderò sull’esile zampogna un canto agreste.
Canto quanto mi detta; se pure qualcuno leggerà, preso
dal diletto,  anche questa, le nostre tamerici, tutto
il bosco ti canteranno, Varo; e non v’è pagina alcuna
più gradita a Febo di quella che reca scritto il nome
di Varo. Pieridi, iniziate. I giovani Cromi e Mnasillo
scorsero Sileno in un antro immerso nel sonno con le vene
gonfie per il vino del giorno prima, come sempre;
le corone cadutegli dal capo, non lontano, giacevano
e pendeva il pesante boccale dal manico  consunto.
Gli si lanciano addosso (perché spesso il vecchio li aveva
Ingannati con la promessa d’un canto) e lo legano con i lacci
delle stesse corone;  sopraggiunge e si accosta a  quei due
incerti Egle come compagna, Egle la più bella delle Naidi
e  tinge a lui che già vede la fronte  e le tempie
come more strafatte.  Quello, ridendo dell’inganno: “Perché
mi legate?” dice, “Scioglietemi, ragazzi; vi basti avermi
veduto. Ascoltate i canti che volete; per voi i canti; per costei
vi sarà dell’altro.” Presto inizia. Allora veramente
avresti potuto scorgere fauni e fiere danzare con ritmo
e le forti querce muovere le cime; non gioisce
altrettanto la rupe del Parnaso del canto di Febo,
né il Rodope e l’Ismaro altrettanto ammirano Orfeo.
E  infatti cantava come si fossero riuniti per il vuoto
esteso gli  atomi della terra e dell’aria, dell’acqua
e similmente del fluido fuoco; come da questi primi
si fossero costituiti gli elementi tutti e la stessa
volta celeste morbida del mondo;
come il suolo cominciasse a rassodarsi e a chiudere
a parte le acque del mare e a prendere a poco a poco
forme diverse; e come già  le terre stupiscano alla luminosità
del sole, mai prima scorto, e come si generino le piogge
dallo sconvolgersi  delle nubi; come incomincino a sorgere
per la prima volta le selve e i rari animali sciamino
per monti ignari. Poi canta delle pietre scagliate
da Pirra, dei regni di Saturno e dell’uccello del Caucaso
e del furto di Prometeo. A questi aggiunge a quale fonte
i marinai avessero abbandonato e chiamassero Ila in modo
che tutta la spiaggia risonasse: “Ila, Ila!”; e per l’amore
del bianco torello compiange Pasife, serena se armeti
non fossero mai esistiti. O disgraziata fanciulla, quale
demenza ti prese! Le Pretidi riempirono con falsi muggiti
i campi, ma nessuna desidererò accoppiamenti così turpi
con il bestiame, sebbene avesse temuto l’aratro
per il collo e avesse cercato spesso le corna sulla
fronte liscia. O disgraziata fanciulla! Ora peregrini
per i monti; quello, adagiando il bianco fianco ad un molle
giacinto, rumina le erbe gialle sotto uno scuro leccio
o insegue qualcuna in un grosso gregge.  “O Ninfe chiudete,
o Ninfe dictee, chiudete ora i varchi dei boschi,
se per caso, da qualche zona, le tracce  del toro errante
arrivino ai miei occhi; forse, preso dalla verde erba
o seguendo  gli armenti, quale giovenca potrebbe
condurlo alle stalle di Cortina.” Poi canta la fanciulla
presa dai pomi delle Esperidi; poi circonda col muschio
di una amara corteccia le sorelle di Fetente e dal suolo
fa elevare alti ontani. Poi canta come una delle sorelle
abbia  condotto il Gallo errante sui monti Aoni
alle correnti del Permesso e come tutto il coro Febo
si sia alzato per l’uomo; come Lino, il pastore dal canto
superno, con ai capelli fiori e amaro apio,
gli abbia detto queste: “Ecco, prendi, le Muse ti donano
questa zampogna ch’era  prima al vecchio Ascreo,
con la quale egli soleva, poetando, trarre dai monti
i rigidi orni. Con questa canta l’origine del bosco gringo,
perché non vi sia bosco di cui Apollo non vanti se stesso di più”.
Che dirò come Scilla di Niso, di cui si racconta
Che con i fianchi bianchi, cinti di mostri latranti
Disturbasse le navi di Dulichio e nel profondo vortice
Sbranasse coni cani marini i naviganti terrorizzati?
O come narrasse le membra mutate di Tereo e quali cibi
Filamela gli apprestasse e quali doni gli apprestasse
e con quale volo   si portasse verso spazi deserti
e con quali ali volasse la poveraccia prima sulla sua
abitazione? Egli canta tutte le storie  che un giorno ,
elaborate da Febo, il beato Eurota intese e fece
apprendere gli allori (le valli ribattute fecero
sentire alle stelle)  finchè la sera avanzò con rabbia
dell’Olimpo e fece rientrare le pecore nell’ovile
ed anche fece controllare il numero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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