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(dalla Rivista bimestrale MicroMega
N°2/2003)
di DOMENICO STARNONE
La strategia elaborata da nazioni pur civilissime come
gli Stati Uniti e l’Inghilterra già prima dell’orrore della Due Torri, e resa
esplicita subito dopo, è allarmante. Dispiegare eserciti, portare la guerra
metodicamente in aree sospette del mondo, dare la morte a uomini, donne e
bambini è considerato, all’interno di questo piano strategico, una forma
urgentissima di prevenzione. Il ferro e il fuoco sono somministrati ai popoli
come una sorta di vaccino contro il Male. A forza di sangue e distruzione aree
tradizionalmente inclini al dispotismo manderanno via i loro dittatori,
abbracceranno la democrazia e non si lasceranno incantare dalla sirena del
terrorismo? Non si deve essere per forza pacifisti assoluti per considerare una
strategia del genere una cosa da pazzi: basta essere persone sensate. Da quasi
sessant’anni, da Hiroshima a Nagasaki, sappiamo tutti che ogni guerra locale
può aprire la porta alla guerra atomica. È sentimento ampiamente diffuso che le
guerre vanno in tutti i modi contrastate perché ogni conflitto armato può
essere l’esca per la fine dell’umanità. Ma Bush e Blair pare che non abbiano
più queste preoccupazioni e con loro un folto settore dell’opinione pubblica.
La paura che i “cattivi” possano usare armi di istruzione di massa induce i
“buoni” a programmare e attuare distruzioni di massa. Cosa è cambiato al punto
da farci accettare negli anni piccole guerre a catena, una più inutile e pericolosa
dell’altra, ognuna capace solo di generare bisogno di rivalsa e quindi altra
violenza?
Niente. Ci si è solo persuasi che le guerre ora si
possono fare senza grandi rischi, come se fossero comuni operazioni di polizia.
Per esempio, la dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe cancellato il
pericolo della guerra nucleare, quasi che solo da lì potesse partire
l’ordigno–fine del mondo, come nel Dottor Stranamore. Per esempio, gli
interventi armati sarebbero ormai interventi di estrema precisione militare: si
estirpa il male e via, senza nuocere ai civili. Per esempio, si crede persino
che una bomba atomica, se necessario, potrebbe essere sganciata senza troppi
problemi per nessuno (in un film recente ne cadeva addirittura una in USA, a
Baltimora, e gli eroi della vicenda se la cavavano come se si trattasse di un
episodio di routine).
In realtà le cose vanno molto peggio che in passato. Con
la fine dei blocchi il rischio del finimondo è più elevato che mai, il caos
degli armamenti è esponenzialmente cresciuto, gli stati fuori legge non sono
meno pericolosi di quelli che si ritengono legalmente autorizzati a ridurci
tutti in cenere.
La pace, insomma, è meno che mai una scelta e sempre più
una necessità impellente.
Per mostrare che la sanno lunga, i sostenitori della
guerra di prevenzione sospingono i pacifisti verso quesiti di questo tipo:
mettiamo che un brutto attentato semini morte chimica nella città di Roma, tu
che faresti, seguiteresti ad invocare la pace?
Chi fa domande così o ritiene che basta un furto in casa
propria per indurre gente civile a freddare a pistolettate tutti i ladri in
circolazione per il mondo o ragiona come un esperto stratega della tensione. In
entrambi i casi lo innervosisce che uno possa rispondere: sì, seguiterei a
invocare la pace. Gli sembra che la volontà di pace sia una mollezza religiosa,
una scemenza etica, una vigliaccheria, un luogo comune, una chiacchiera da
salotto. Non capisce o non vuol capire che, per quanto di proporzioni
gigantesche, per quanto capace di fare ampia strage, un attentato richiede un
intervento di polizia e non un bombardamento, impone una risposta politica e
non una guerra. Far saltare in aria un edificio o avvelenare un pozzo non è un
atto di guerra, è piuttosto una disgustosa sollecitazione alla guerra.
L’attentatore chiede: reagisci, vieni a stanarmi col tuo esercito, visto che
t’ho colpito? E a chiunque stia a guardare inorridito domanda: da che parte
stai? Schierati; non si resta neutrali;
vuoi fare la guerra al mio fianco o al fianco del mio nemico?
Per quanto dunque possa sembrare strano ai sostenitori
della guerra preventiva, chi ha messo in conto di farsi saltare per aria
distruggendo se stessi e altri ha come obiettivo scatenare la guerra; e
l’ultima cosa che desidera è che uno resti coi nervi saldi e si rifiuti di
disseppellire l’ascia.
I veri alleati del terrorismo sono i guerrafondai.
Non è dal mondo com’è che può venire la convivenza
pacifica, è vero. Le ragioni della pace pretendono infatti un quadro politico
nuovo, non l’immobilismo. La domanda di pace esprime alla lettera, non
metaforicamente, una grande combattività. Chi vuole la pace, oggi, sa che si
sta battendo per l’unico quadro planetario adatto a cancellare le ragioni che
alimentano la violenza.
Il terrore scatenato dai singoli e le guerre combattute
dagli eserciti sono invece accomunati dagli stessi effetti: lasciano sul
terreno corpi dilaniati, corpi mutilati di inermi, nuove sanguinose ragioni per
prendere le armi. Degli orrori causati da bin Laden non mi sento responsabile,
sento solo la pena delle vite sciupate. Ma di ogni bomba sganciata da aerei che
portano il sigillo di un mondo che è il mio sì. Chi sceglie oggi la pace
sceglie di coltivare con il proprio operato la densità umana e civile del suo
mondo, soprattutto quando questo decide selvaggiamente di spogliarsene.
Mi è venuto in mente il nodo gordiano. La storia di
questo nodo è significativa. Gordio era il nome di un contadino frigio che,
grazie a una profezia, diventò re e fondò una città a cui diede il suo nome.
L’agricoltore per gratitudine consacrò a Zeus il suo aratro, che aveva il
timone annodato con un nodo complicatissimo. Scioglierlo era così difficile che
si decise di dare l’impero del mondo a chi ci fosse riuscito. Passò di lì
Alessandro Magno, aspirante imperatore, e non ci perse nemmeno dieci secondi:
sguainò la spada e lo tagliò.
Questo gesto è stato molto amato da certa posterità
sensibile ai gesti plateali, tanto che se oggi si dice nodo gordiano viene subito in mente Alessandro che sguaina
la spada e zac. Del contadino, del suo aratro e della funzione simbolica di
quel nodo difficile è sbiadita la memoria. Perché? Perché questi comportamenti
brutali e presuntuosi piacciono tanto? Forse perché sembrano contenere chissà
quale saggezza (si pensi all’uovo di Colombo) e invece trasmettono solo l’idea
banalotta che grand’uomo è chi non perde tempo coi beoti ma taglia, rompe,
spacca con decisione.
Il messaggio del contadino-re tuttavia non era banale e
può essere sintetizzato così: “Chi pretende il comando del mondo deve avere la
pazienza, la costanza, la sensibilità e l’intelligenza che ci vogliono per
sciogliere questo nodo”. Messaggio di grande saggezza, finito come al solito
nel nulla grazie a un colpo di spada.
È pur vero, però, che la metafora dello sciogliere nodi
ha conservato una sua positività, e il genere umano non si è ancora estinto
solo grazie a chi si è sempre battuto perché i nodi non vadano tagliati ma
sciolti. Certo non è cosa che ci si può aspettare da eroi e navigatori, forse
nemmeno da santi. È compito della gente di buona volontà ricominciare da Gordio
e impedire l’ottuso ricorso dei furbi alla spada. La pace, alla fine, è il buon
governo della complessità. La guerra è il trionfo criminale della
semplificazione.