tratto da “Sara e Yasmin, Diario di giorni senza pace”
di Daniela Palumbo
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aro diario, ho finito la Scuola di Pace e sono tornata a casa.
Mamma ha voluto sapere tutto, e io ho raccontato per filo e per segno cosa è
accaduto. Ogni giorno ragazzi ebrei e palestinesi si trovavano di fronte. Non
ti nascondo che certe volte è stata dura, voglio dire che forse era più facile
prima, quando vedevo le cose da lontano, chiusa nella mia cameretta, era più
facile che qualche volta dessi ragione anche ai palestinesi.
All’inizio della Scuola ti confesso che ho iniziato a
detestare tutti gli arabi. Come parlavano dicevano cose spiacevoli su di noi,
sulla nostra religione, sulla mia gente. Era un insulto dopo l’altro. Io non
sono una che sente il fatto di essere ebrea come un privilegio, però mi sono
trovata a difendere con le unghie il mio popolo.
Insomma, all’inizio mi chiedevo, ma che ci sto a fare
qui? Ero arrivata anche a pensare che fosse naturale che popoli così diversi
non possano convivere pacificamente. Mi mancava solo di pensare alla guerra
come ad una cosa normale!
Ti rendi conto? E dire che avevo iniziato con le migliori
intenzioni… Comunque, per fartela breve, non è andata così male. A un certo
punto è successo qualcosa, la mia visione del conflitto si è completamente
rovesciata, il mio punto di vista completamente capovolto, è accaduto che la
ragazza palestinese e il ragazzo ebreo che ci guidavano nel percorso ci hanno
chiesto a un certo punto di provare a immedesimarci in una persona del gruppo,
ognuno di noi ha scelto una persona, io ebrea dovevo identificarmi in una
palestinese, e viceversa. Alla fine del periodo abbiamo parlato uno per uno,
come se fossimo l’Altro, la persona in cui ci eravamo identificati. Ci hanno
spiegato che questo gioco di ruolo era utile per capire la percezione che ha
l’altro di noi, e per fare lo sforzo di comprendere non solo noi stessi, ma
anche quelli che non ci vanno a genio. Durante il corso nessuno di noi sapeva
se era stato scelto o meno da un’altra persona, quindi io non ho saputo fino
all’ultimo chi aveva scelto di identificarsi con me. È stato forte anche per
questo, perché tutti eravamo all’oscuro di tutto, fino al discorso finale.
Io ho scelto una ragazza che si chiama Yasmin. Ha due
anni più di me e quando parlava succedeva che la sentivo un po’, come dire,
sdoppiata, come se fosse due persone in una. Da una parte sentivo che aveva
odio contro gli ebrei e diceva che tanto avremmo vinto noi e loro sarebbero
stati prima o poi cancellati, dall’altra mi sembrava che insieme all’odio ci
fosse un po’ di speranza, dalle parole non si sarebbe detto perché era la più
aggressiva, però a me sembrava di sentirlo. Così ho scelto lei.
Ricordo cosa ho detto quel giorno. Anche perché me lo ero
scritto! E te lo voglio raccontare, caro diario. Considera che secondo noi gli
educatori ci chiedevano di dire ciò che secondo noi erano le parole non dette e
rimaste nascoste dentro la persona in cui ci eravamo identificati. È stato
anche un modo di misurarci con la capacità di capire in fondo l’Altro; una
possibilità dell’essere umano che gli educatori chiamano “empatia”:
“Quello che desidero dire è che sono fiera di essere
palestinese. Due giorni fa ho raccontato che sul mio diario avevo scritto che,
pur vergognandomi di me stessa, desideravo essere europea, o americana, insomma
occidentale. Perché so che loro vivono senza guerra, hanno quello che a noi
sembra un lusso, e non conoscono la paura di essere braccati dai cecchini,
svegliati di notte e prelevati, o uccisi in una perquisizione. Alla fine, forse
lo ricordate, tremavo, senza piangere. Ma avrei voluto. E non perché non sono
nata a Berlino o a Parigi, ma perché mi vergogno di quello che avevo scritto.
Forse lo pensavo veramente, ma è solo l’effetto della paura. Io non vorrei
essere nessun’altra se non Yasmin, palestinese. Il mio è un popolo speciale,
come forse ognuno di noi pensa del proprio popolo. Noi abbiamo avuto il tempo
di allenarci alla solidarietà, e ogni bambino senza genitori qui è figlio di tutti,
perché è prima di tutto di Allah. Qui ci sono tanti poveri ma non ci sono i
senzatetto, ci sono i profughi che una casa non ce l’hanno e forse mai
l’avranno, ma se ci danno una baracca ci viviamo in tanti. Le case, quando ce
le abbiamo, ce le buttano giù, però le nostre famiglie sono abituate ai numeri
grandi e se non siamo almeno trenta a vivere sotto un tetto non siamo contenti!
Non c’è molto da mangiare, ma tanti di noi, quando si cucina, pensano al
vicino, e quello che c’è si è pronti a dividerlo. C’è una tradizione in
Palestina: se offri un piatto al tuo vicino è d’uso che prima o poi lui
ricambi. Ecco questo fa capire che siamo un popolo a cui piace andare verso
l’altro, anche perché siamo gente allegra, abituata a vivere insieme.
E non è del tutto vero che la paura mi toglie la
speranza, io certe volte devo combattere con me stessa perché sapeste quanta
voglia ho di sperare! La speranza, sono sicura, è un regalo di Allah, perché mi
prende all’improvviso, quando meno me l’aspetto, mi scuote, mi sorride, mi
porta con sé, e in quei momenti mi lascio trasportare, poi quando sento che se
ne sta andando cerco di trattenerla, comincio a pregarla che resti, ma a quel
punto la speranza se ne è già andata e ritorno alla paura.
La guerra non è tempo di miracoli, e la speranza può
essere solo un regalo di Allah.
Anche se a corto di speranza, io resto fiera di essere
palestinese. E la mia speranza è che Allah faccia lo stesso regalo a tutto il
mio popolo. Siamo abituati a sopravvivere, è tempo di trattenere insieme la
speranza di vivere”.
Alla fine Yasmin ha pianto, non l’aveva ancora fatto,
mentre io sì. Poi mi ha abbracciata. E quel momento è stato uno dei più
importanti della mia vita. Perché so che non le è costato abbracciarmi. Da
quando mi alleno al perdono capisco meglio certe cose!
Ma la cosa incredibile è che anche lei aveva scelto me!
Non so se la rivedrò, ma vorrei tanto che il suo Allah, o
il suo Dio, le regalasse davvero la speranza perché quella le manca proprio.