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1- NOTE SUI CONCETTI DI EVALUATION E DI MISURA
1.1- EVALUATION
Il termine "evaluation", non è usato per una smania di scimmiottamento
anglosassone o per supplire a quel senso di inferiorità che la cultura
italiana, nella persona dei suoi "intellettuali", prova continuamente
nei confronti dell'America, quasi barbari che vivono ai confini dell'impero.
Anche se la traduzione letterale è valutazione, il significato è
ricerca valutativa.
Si configura come una metodologia di intervento atta a rilevare fattori di
"cambiamento" in una realtà in cui è in corso un intervento.
Dobbiamo a Kurt Lewin e al suo impegno per ridurre la distanza fra teoria
e pratica nelle scienze sociali i primi esperimenti di ricerca-azione (action-research)
e quindi anche di ricerca valutativa. La ricerca-azione è quel tipo
di ricerca che non si limita alla conoscenza o alla formalizzazione del campo
di studio ma tende al "cambiamento" dello stesso nel momento in
cui lo studia. Gouguelin (1972) sostiene che di ricerca-azione si può
parlare in modi diversi uno dei quali è un'azione di controllo dei
risultati raggiunti con un intervento, cioè un'azione di verifica della
differenza fra obiettivo ipotizzato e obiettivo effettivamente raggiunto.
Lewin cura particolarmente questo aspetto in un gruppo di ricerche del 1946
che è rivolto ad individuare gli strumenti più adatti a valutare
gli effetti di un'azione e a verificare se un'azione ha raggiunto gli obiettivi
prefissati. L'Autore, sempre nel 1946, scrive, commentando un esperimento
di cambiamento sui problemi di una minoranza: "Sono rimasto profondamente
impressionato dall'enorme effetto pedagogico che tali incontri di valutazione
.ottenevano nel processo di addestramento", ed ancora: "Questa
ed altre esperienze analoghe, mi hanno convinto che dovremmo considerare l'azione,
la ricerca e l'addestramento come un triangolo che è indispensabile
mantenere tale nell'interesse di ciascuno dei suoi vertici" (Lewin K.,
I conflitti sociali, F. Angeli, 1980, p. 257)
La ricerca valutativa ha, naturalmente, delle affinità con la ricerca
in generale; si differenzia, però, da questa per le finalità
che si propone e per la metodologia che utilizza. La prima finalità
è quella di "misurare" la distanza che intercorre tra il
"prima" e il "dopo" un progetto di intervento, cioè
se e quali modificazioni sono state indotte in seguito ad un'azione specifica
a livello di istituzione o di organizzazione, quanti e quali apprendimenti
ci sono stati nei soggetti che hanno partecipato ad un corso di formazione
etc. Seconda finaltà, ma non meno importante, è "misurare"
il grado di raggiungimento degli obiettivi di un progetto, soprattutto in
itinere. Terza, collegata con la seconda, è sapere da parte di tutte
le componenti del progetto come sta funzionando, se il metodo è congruente
con gli obiettivi, quanto tutti si stanno impegnando nella realizzazione del
progetto, qual è il grado di soddisfazione; per modificare, eventualmente,
ciò che non funziona nell'intervento in atto. Infine rendere un'organizzazione/comunità
cosciente dei propri problemi, delle proprie risorse, capacità, potenzialità
in modo da individuare, nel modo più preciso possibile, quali sono
le "cose" che non funzionano, da chi dipende il cattivo funzionamento,
per predisporre un piano d'azione verosimile. In altri termini, dire che un
ospedale non funziona equivale a lasciare le cose come stanno, precedere invece
ad una riflessione utilizzando una seria evaluation vuol dire, per esempio:
- studiare gli obiettivi generali e particolari che il servizio si propone
- segmentare l'ospedale in tutte le sue componenti organizzative
- analizzare l'organizzazione interna, i ruoli, le funzioni, i rapporti, il "clima" generale, il tipo di comunicazione, i costi monetari e psicologici, il grado di fiducia che gli operatori hanno nelle proprie capacità e in quelle degli altri
- evidenziare il tipo di rapporto con l'esterno, i collegamenti con gli altri presidi di territorio
- verificare la preparazione professionale degli operatori
- verificare il grado di soddisfazione degli utenti e degli operatori.
In sostanza, l'evaluation non si esaurisce nella "fiscalizzazione"
di un programma di intervento, ma viene ad essere parte integrante dello stesso
progetto, va, quindi, pensata in relazione ad obiettivi specifici e puntuali,
si colloca come tappa iniziale, intermedia e finale di un progetto, lo attraversa
e lo scompone in senso longitudinale e orizzontale fino a costituirne la sintesi
che propone una nuova tesi.
Le variabili che sono in gioco sono sia qualitative che quantitative: se è
necessario sapere quanti posti letto sono disponibili in un reparto, per rimanere
in ambito ospedaliero, per soddisfare le esigenze di ricovero di pazienti
affetti da un certo tipo di patologia è altrettanto indispensabile
conoscere la qualità del servizio offerto. Quando si parla di qualità
è intuibile come entrino in gioco parametri di tipo soggettivo. Questo
è stato il grosso alibi che per anni ha impedito al problema di essere
analizzato a fondo. Invece di pensare a come trattare gli indicatori soggettivi
in modo che fornissero delle interpretazioni scientifiche dei fenomeni che
volevano misurare, si è preferito nascondersi dietro ad alibi ideologici
di tipo generale.
Questo atteggiamento di difesa o di prevenzione è anche in parte giustificato
dalla letteratura sulle tecniche di valutazione che ci rimanda prevalentemente
uno schema del seguente tipo: esiste un soggetto A che valuta e uno o più
soggetti/oggetti B, C, etc. che sono valutati. Si pensi ad esempio alla "job
evaluation" per ciò che riguarda l'industria o alla valutazione
scolastica di tipo tradizionale. Scarsissimi, per non dire inesistenti, sono
i contributi sulla valutazione di sistemi e organizzazioni, mentre viene approfondita
da circa dieci anni a questa parte, nel nostro paese, la problematica relativa
alla valutazione degli interventi formativi.
Per ridurre i rischi della soggettività nella valutazione la soluzione
è far valutare uno stesso individuo da più persone, compreso
se stesso.
Occorre sgomberare il campo da false remore o da difese interessate: la considerazione
della sfera soggettiva o di variabili attinenti la persona e il "carattere"
è una costante presente in qualunque scienza che si occupa dell'uomo
e delle sue relazioni. Non solo, la soggettività del giudizio e, quindi,
la determinazione delle sue conseguenze è un fatto acquisito all'interno
del "contratto sociale" che regge le nostre comunità e, molto
spesso, non scandalizza nessuno.
Le scienze "fisiche" hanno da tempo affrontato la questione soggettivo-oggettivo
e ne hanno tratto progressi ed avanzamenti. In realtà l'obiezione che
definisce la sfera soggettiva come non suscettibile di indagine scientifica
è ingenua e ormai superata. Semmai, più interessante sarebbe
porre la questione sul piano, squisitamente scientifico, della definizione
del termine soggettività. A quale concetto di soggettività si
fa riferimento quando si solleva questa obiezione? Ci troviamo in un mondo
scientifico "alla Popper", in cui tutto è inconoscibile ed
esistono solo teorie che "funzionano" (per un po') e altre che non
sono vere perché non funzionano? Oppure facciamo riferimento all'intricato
rapporto di interazione dialettica fra la realtà e il suo processo
di conoscenza, tipico dell'epistemologia marxiana? Oppure, ancora, siano nell'ipotesi,
così suggestiva, delle "immagini mentali" che i sistemi hanno
di sè stessi, che ritroviamo alla frontiera dell'analisi sistemica?
Non possiamo approfondire qui questo tema. Preferiamo affrontare il "nocciolo"
della questione: se le determinazioni di alcune variabili attengono la sfera
soggettiva e se queste variabili devono essere oggetto di studio nasce immediatamente
il problema della loro descrizione logica, della loro rappresentazione matematica,
quello che molto spesso viene erroneamente confuso con un problema di "misurazione".
Si incontra una notevole confusione nella letteratura di carattere psicologico
in merito a questo tema. La linea prevalente è tuttavia quella che
opta per una definizione riduttiva del concetto di misura vista come "assegnazione
di numeri ed oggetti o eventi secondo talune regole" (Stevens L. citato
da Spaltro E. in : Bruscaglioni M. e Spaltro E. -a cura di-, La psicologia
organizzativa, F. Angeli, Milano, 1982, p.53), il che porta ad enunciare uno
strano teorema della misura, valido solo in campo psicosociale, secondo il
quale "non ha più senso la tradizionale associazione misura-quantità,
ma solo l'associazione misura-trattabilità" (Spaltro E., Bruscaglioni
M. e Spaltro E. op. cit., p. 52)
Questo punto di vista è riduttivo ed illusorio per due ordini di motivi:
è riduttivo perché, pur di non affrontare i problemi di quantificazione
che ogni misura (oggettiva o soggettiva) implica, si preferisce adottare la
scappatoia di definire la misura come semplice rappresentazione simbolica
di oggetti, concetto che semmai può rientrare nella definizione di
numerazione, cioè di una "conta" di elementi. È illusorio
perché qualunque trattamento numerico presuppone implicitamente definizioni
di quantità e di relazioni fra quantità. Tuttavia a prescindere
dal metro individuale che ciascuno usa al suo interno (poniamo ad esempio
di misurare il livello di soddisfazione), ogni persona ha dentro di sé
il concetto di soddisfazione "minima" e del suo contrario. Certamente
le sensazioni effettive, reali che corrispondono a questi limiti estremi variano
da persona a persona, tuttavia tutti hanno in comune il fatto che questi limiti
esistono e che, salvo casi particolarissimi, il livello di soddisfazione provato
si colloca all'interno dell'intervallo delimitato da questi estremi. Si intravede
qui un modo per cominciare a "mordere" il problema della misurazione:
se dividiamo questo intervallo in un certo numero di parti (numero uguale
per tutti) e chiediamo in quale di queste parti cade il livello di soddisfazione
provata in un certo momento, abbiamo un primo criterio di misurazione confrontabile
per tutti gli individui, siamo cioè riusciti ad uscire dalle strettoie
dei metri individuali. È' questo un primo livello di misurazione, ancora
molto limitato, ma intanto ci consente di utilizzare, senza distorsioni, buona
parte degli strumenti e delle elaborazioni di sintesi che la statistica descrittiva
offre: percentuali, medie, cambiamenti di scala, visualizzazioni grafiche,
etc..
A livello metodologico l'evaluation non può prescindere dalle seguenti condizioni:
- la partecipazione diretta di tutti i soggetti coinvolti nel progetto o nell'organizzazione che si vuole valutare
- l'utilizzazione programmata delle informazioni che si sono raccolte.
A proposito della prima condizione, è improponibile, dati i presupposti dell'evaluation, pensare ad un processo valutativo fatto "su" qualcuno: bisogna pensarlo sempre fatto "insieme" a qualcuno. Il "qualcuno", ovviamente, sono i soggetti interessati al sistema che si vuole valutare. Per quanto riguarda la seconda condizione (programmare l'uso delle informazioni) è assolutamente inutile socialmente, e questa è una valutazione soggettiva non condivisa, raccogliere dati, opinioni, percezioni, etc. per farle rimanere in un cassetto o per incrementare le pubblicazioni degli accademici con la sola finalità di "fare punti" per i concorsi di cattedra. È nello spirito della ricerca-intervento il "conoscere" non solo per "sapere" ma per "cambiare" attraverso il sapere. Quando si procede all'evaluation di un'iniziativa vanno pensati, a livello di progettazione, i tempi e i modi di "restituzione" in base agli obiettivi che sia l'iniziativa che l'evaluation di quella iniziativa si prefiggono.
1.2- MISURA E CONVENZIONE
"Dicesi misurazione di grandezze, nel senso più generale, qualsiasi
metodo con cui si stabilisca una corrispondenza univoca e reciproca tra tutte
o alcune, grandezze di un dato genere e tutti o alcuni numeri." (Russell
, The Principles of Mathematics, 1903).
È piuttosto chiaro che posto in questi termini il problema della misura
si allontana dalle motivazioni della sua nascita che sono eminentemente pragmatiche
e tende ad assumere i contorni di uno strumento volto unicamente ad assicurare
la replicabilità degli esperimenti scientifici, la verifica o la falsificazione
di modelli a cui si fa riferimento per misurare.
Tuttavia questa concezione riduttiva del concetto di misura ha numerosi limiti:
1) Esclude una gran parte di fenomeni che da sempre sono oggetto di misura.
In particolare tutto ciò che ha a che fare con le relazioni sociali
che caratterizzano l'individuo e tutto ciò che concerne la sua sfera
individuale. Non parliamo poi di qualsiasi concetto astratto non direttamente
osservabile, la razionalità, l'intelligenza, la felicità, il
benessere, la competenza, l'abilità. Ma anche la massa di un elettrone,
la velocità di un fotone, la traiettoria di una particella sub-atomica.
L'elenco potrebbe continuare a lungo accomunando i fenomeni per i quali, al
massimo possiamo osservare solo gli effetti, e quindi possiamo misurare solo
indirettamente e a prezzo di convenzioni piuttosto ardue da accettare.
La concezione "ufficiale" di misura non contempla questa tipologia
di grandezze, seppure, non sempre in maniera esplicita, esse vengono considerate
non misurabili direttamente o non misurabili tout court.
Non tiene conto del modo più antico di misurare, quello che consiste
nell'individuazione e nel conteggio di oggetti simili. Il passo in avanti
compiuto dal primo uomo che ha cominciato a riconoscere come simili più
"cose" le ha contate e ha inventato un simbolo per rappresentare
tutto questo processo, ha consentito un balzo in avanti di anni luce nel processo
di conoscenza e dominio del mondo. In quell'atto ardito e, forse, in quel
momento non indispensabile per la sopravvivenza c'è la stessa valenza
evoluzionistica del passaggio dalle quattro alle due zampe. L'uomo che esplora
la vertigine del pensiero astratto, del concetto senza corrispondente fattuale
visibile traccia un cammino che stiamo ancora percorrendo. Misurare vuol dire
riconoscere eventi simili, o assimilabili secondo un qualche criterio, riconoscere
una unità elementare minima e contare quante volte quella unità
è contenuta nell'insieme di elementi simili che stiamo osservando.
Come è evidente, c'è una notevole componente di arbitrarietà
in tutto questo modo di procedere.
Cosa vuol dire eventi "simili"?
Il concetto di somiglianza è sfuggente, o meglio dipende dal contesto
e dall'obiettivo che ci si pone. In certe circostanze, tutto è simile
a tutto, in altre ogni cosa è un unicum. La categoria "essere
umano" ha un senso se contrapposta con animali, piante, minerali, tuttavia
se si ha interesse alle caratteristiche anatomiche, allora la distinzione
maschi e femmine diventa rilevante. In altri contesti vecchi e giovani sono
importanti, e così via.
Il criterio con cui classifichiamo i diversi aspetti della realtà è
intimamente connesso al nostro livello di conoscenza della stessa e alle finalità
di intervento sul reale che ci poniamo in quel momento. Nelle nostre misure
c'è, in questo senso, la nostra concezione del mondo, delle regole
che lo governano e l'espressione di una intenzionalità di conoscenza
quando non addirittura di intervento e cambiamento.
Cos'è una unità elementare minima?
Quesito ancora più difficile del precedente, siamo quasi di fronte
a un quesito ontologico metafisico che ci chiede di determinare i confini
dell'individualità, siamo spinti alla ricerca dell'atomo, dell'invisibile,
del livello minimo a cui ancorare tutto il nostro sapere. Ovviamente non vi
è risposta, o meglio, ancora una volta la risposta è una scelta
legata al divenire storico e quindi al momento e ai protagonisti che sono
chiamati a compierla. Tuttavia la divisione delle nostre esperienze in moduli
più o meno simili ( il termine ricorre ancora) che tendono a ripetersi
è ormai inscritta nel nostro codice genetico. Il ritmo di alternanza
luce-buio che da sempre caratterizza la nostra permanenza sul pianeta terra,
è ormai parte di noi e non vi è incertezza nel definire un periodo
di tempo come una ripetizione di un certo numero di albe e/o tramonti, così
come la semplice constatazione che la forza di un certo numero di individui
è sommabile (sia pure con qualche accorgimento particolare) ci ha regalato
capolavori architettonici come le piramidi. Costruire delle classi di oggetti
simili e contare gli oggetti all'interno delle classi è dunque al tempo
stesso unire e dividere, esaltare alcuni tipi di diversità e trascurarne
altri, capire ciò che unisce e al tempo stesso definire ciò
che diversifica, capire il significato profondo e rivelatore della regolarità
delle nostre esperienze senza perdere di vista la sostanziale unicità
di ciò che avviene nel momento in cui avviene.
Forse l'essenza del nostro processo di conoscenza e governo della realtà
sta tutto in questa indissolubile dicotomia. Il salto vero e significativo
avviene quando si coglie (o si ipotizza) la ripetibilità di alcune
parti del reale anche in condizioni di diversità assoluta di contesto.
E questa regolarità non è forse unicamente atto mentale, astrazione
razionale che osservando mille mele diverse cadere da mille alberi diversi
in mille paesi diversi ha l'ardire di immaginare che ciò che fa cadere
tutte quelle mele è la stessa cosa? Vista in questo modo l'avventura
della conoscenza appare come un miracolo: le leggi scientifiche, le relazioni
tra eventi, i modelli su cui è fondata la nostra vita, la nostra tecnologia
e il nostro benessere non sono altro che coraggiose astrazioni che rinnegano
la fattualità singolare, identificano (inventano?) una realtà
replicabile, prevedibile, utilizzabile.
In questo contesto non stupisce che la misura si proponga con prepotenza ogni
volta che instaura una relazione di qualche tipo tra concetti o tra soggetti,
essa ha il compito di assicurare a condizioni accettabili la replicabilità
e la scambiabilità nel tempo e nello spazio di ciò che permane
al di là di ciò che muta. È la garanzia che ciò
di cui stiamo parlando o ciò che ci stiamo scambiando ha una qualche
collocazione regolare nella scala delle nostre esperienze e nelle astrazioni
razionali che su quelle esperienze abbiamo operato.
Dovrebbe essere piuttosto evidente a questo punto, perché qualsiasi
misura richiede una convenzione. Nel senso che implica l'esistenza non solo
di un patrimonio esperienziale comunicabile e partecipato, ma richiede addirittura
la presenza di una serie di costrutti logici, di astrazioni razionali comuni.
Di più, richiede un certo livello di accordo di una certa rappresentazione
del mondo, delle leggi che lo governano, delle relazioni sociali, della dialettica
che governa il contratto sociale. Se non fossimo d'accordo (coscientemente
o no, cioè come singoli o come corpo sociale) su una certa versione
della legge di gravità, non potremmo fidarci di alcuna bilancia.
Questo livello di convenzione è talmente radicato, che molto spesso
viene dato per scontato, tuttavia una certa parte delle istituzioni che abbiamo
creato e che paghiamo ha il compito di garantire che i metri e i pesi che
usiamo quotidianamente siano conformi a quelli che la convenzione ha stabilito.
In ogni comune italiano esiste un ufficio "pesi e misure" che ha
questo compito e ogni metro o bilancia in uso è marcata per garantire
la congruità. Questo tipo di convenzione ha dunque un senso profondo,
non è semplice contratto tra le parti, implica un riconoscimento esplicito
di una parziale visione comune che consente l'interazione e lo scambio.
In questo senso non stupisce che alcune cose siano considerate non misurabili,
non nel senso che una qualche loro proprietà intrinseca ne vieta la
quantificazione, ma nel senso che su queste cose non vi è un livello
convenzionale giudicato accettabile, non vi è un sufficiente vissuto
esperienziale comunicato né un adeguato livello di astrazione razionale
tale da rendere possibile l'accordo.
1.3- LA MISURA DEI FENOMENI PSICOSOCIALI
Ma perché tanto accanimento pro e contro la possibilità di
misurare? Perché questa un po' ridicola radicalizzazione dello scontro?
I motivi sono paradossalmente gli stessi. Chi rifiuta qualsiasi misura in
realtà rifiuta la possibilità di ragionare in termini di generalità
(il che non è un peccato), ma come conseguenza rifiuta la possibilità
di confrontare situazioni diverse ( il che è un peccato veniale), ma
soprattutto, rifiuta che si possa ragionare su un metodo, cioè sul
modo di affrontare i problemi psicologici, e che questi possono essere valutati
(il che è un peccato mortale). Provocatoriamente, chi rifiuta la misura
nega la possibilità che possano essere dati giudizi sul suo modo di
procedere. Ad esempio, quale valutazione di un metodo di cura psicoanalitica
è possibile pensare se i casi in cui viene utilizzato sono per definizione
unici e irripetibili? Come posso capire se il metodo funziona o no se ogni
volta mi viene negata la possibilità di un riferimento temporale precedente
o futuro? Di più, che senso ha parlare di un metodo nel quale ciò
che avviene ora è del tutto svincolato da ciò che è avvenuto
e da ciò che avverrà? Quale giudizio posso dare di due persone
che usano metodi diversi? Quale devo scegliere e sulla base di quali considerazioni?
Sull'altro versante, fra i misuratori ad oltranza, si annida lo stesso sogno
di spersonalizzazione che animava prima Newton e poi Lagrange secondo i quali
tutto il futuro e il passato sono già inscritti nel mondo presente,
e l'unico problema che rimane è di trovare i giusti strumenti per leggere.
Tutta l'attenzione viene spostata sulla supposta perfezione degli strumenti
da utilizzare che sarebbero in grado, se ben costruiti, di mettere in luce
tutte le informazioni rilevanti e, perché no? anche di suggerire i
comportamenti più adatti. Il peccato è di altro segno ma appartiene
alla stessa famiglia che fa perno sulla deresponsabilizzazione del soggetto
che opera e ricerca: nel primo caso si rifiuta la possibilità di valutare,
nel secondo si dice che la valutazione è solo un problema di strumenti.
Per fortuna la maggioranza degli studiosi stessi si colloca a metà
fra queste due schiere l'una contro l'altra armate, e tenta con tutte le sue
scarse forze di definire di volta in volta convenzioni locali, accordi limitati
nel tempo, vie di comunicazione intersoggettiva che consentano di andare avanti
sulla strada della conoscenza dei fenomeni psicosociali. Questa è l'unica
strada praticabile, anzi è quella che da sempre ha consentito il diffondersi
di una qualche forma di conoscenza delle cose ed è quella sulla quale
è possibile incontrare altre discipline anche loro alle prese con gli
stessi problemi.
Allora ogni volta che ci si trova a un qualche tentativo di misurazione e
quindi di modellizzazione di un fenomeno psicosociale la domanda da porsi
non è quanto sia rigorosamente scientifico l'atteggiamento di chi la
propone o quali test siano stati impiegati per validare questo o quello strumento.
Queste domande vanno poste e con forza, ma prima occorre ragionare circa i
termini del contratto intellettuale che ci viene proposto, su quali siano
le strade che una tale comunicazione intersoggettiva può aprire, su
quale livello di interazione prima impossibile si può ora realizzare.
In una parola occorre essere disposti a rischiare un po' e mettere in gioco
le proprie idee e le proprie convinzioni, al limite cambiare la propria concezione
del mondo.
Alla fine di questa frettolosa panoramica sui problemi connessi alle misure
quello che ci troviamo in mano non è molto, o meglio non è nulla
che riguardi criteri di rassicurazione esterna a noi.
La scelta rimane unicamente e dolorosamente responsabilità nostra.
Il problema non è se qualcosa sia misurabile o no, il problema è
se noi riusciamo a dare di quella cosa una rappresentazione tale da poter
essere comunicata ad altri e se questa comunicazione è per gli altri
interessante. Pensare a qualcosa di nuovo è difficile; pensare a qualcosa
di nuovo che sia anche utile è molto difficile, ma convincere gli altri
che lo sia effettivamente comporta un rischio personale spesso molto alto.
Ma non è evitando questo rischio che riusciamo a costruire qualcosa.