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Di seguito illustriamo brevemente alcuni concetti-chiave per il cui approfondimento
riinviamo ai saggi del settore fra cui citiamo quelli di Guido Contessa ("Prevenzione
primaria delle tossicodipendenze" e "La prevenzione").
Il fondamento teorico degli interventi di Prevenzione trova le sue radici
più significative nel lavoro di Kurt Lewin che, partendo dalla psicosociologia
dei gruppi, ha posto le basi della Psicologia di Comunità, la disciplina
moderna nella cui cornice si inseriscono.
A questi pricipi si è ispirato l'intervento "Portale di Comunità".
A- Il concetto di DISAGIO come risultato di numerose con-cause difficili
da isolare e separare nel contesto di vita.
B- Il PROGETTO - inteso come insieme di azioni specifiche, programmate e valutabili,
finalizzate a modificare i fattori che producono il disagio.
C- L'ACTION-RESEARCH, metodologia particolare attraverso la quale non solo
vengono raccolti dati informativi, ma si avvia un cambiamento concreto, certo
molto lento, ma permanente.
D- La COMPLESSITA', che indica le caratteristiche dei sistemi i cui elementi
sono in relazione di interdipendenza rendendo cosi superati tutti i principi
di linearità e di causa-effetto.
E- La COMUNITA' come spazio geografico dove le persone vivono e nel quale
hanno rapporti significativi, secondo una definizione fornariana, per difendersi
dai pericoli e per scambiarsi doni (cummoenia e cum munus).
F- Il concetto di ARCIPELAGO, metafora che rappresenta la nostra società
dove le risorse esistenti nella comunità sono come isole fra loro separate
che possono essere messe in comunicazione da un sistema di ponti o di traghetti.
G- La TERZA AGENZIA cioè il tempo libero in tutte le sue espressioni
che è di fatto un "luogo" di socializzazione e di acculturazione
accanto alla scuola e alla famiglia.
H- L'ASSOCIAZIONISMO, come risorsa che si sta facendo sempre più evidente
nella comunità e che aggrega le persone a seconda dei loro interessi.
L'importanza delle associazioni dipende dalla loro massima libertà
di azione ed insieme dalla possibilità di rappresentare bisogni e desideri
della comunità stessa di cui sono espressione.
I- La STRATEGIA DELLE CONNESSIONI, con cui si esplicita l'intenzionalità
a rendere più attive tutte le risorse presenti in un certo territorio,
individuali e collettive, istituzionali e private, ecc., in modo da trasformare
la comunità da concetto astratto ad attualità.
L- Infine l'EVALUATION, insieme di verifica e di valutazione, processo ormai
irrinunciabile, formalizzato, permanente ed intenzionale, con il quale controllare
l'efficacia e l'efficienza di un intervento di Prevenzione Primaria.
A rinforzo di questa impostazione, ci sembra utile citare due articoli, comparsi
nella primavera del 1996 che testimoniano una sorta di "filo rosso"
che idealmente unisce interventi pur se realizzati in spazi diversi, geografici
o "umani".
Il primo contributo è dovuto al lavoro della Clifford Beers Foundation,
movimento a livello mondiale che ha fra i suoi fondatori Beers, ex paziente
psichiatrico. Nel settore della malattia mentale è sempre stato molto
sentito il problema della prevenzione e, benché indicata con vocaboli
diversi, di essa si sta parlando fin dall'inizio del secolo.
Secondo la Fondazione, per ridurre l'insorgere delle malattie mentali occorre
procedere attraverso queste tappe:
1- il miglioramento delle condizioni di vita
2- il potenziamento delle capacità personali e di quelle psicologiche
in particolare
3- la rimozione o almeno la riduzione di tutti quegli elementi che possono
produrre disagi, problemi e malessere
4- la valorizzazione delle risorse della comunità, attraverso sinergie
ed un maggior protagonismo
5- la realizzazione di una politica di salute pubblica ed il rafforzamento
dei diritti umani.
Per fare questo la Fondazione auspicava un miglioramento delle comunicazioni
internazionali sullo "stato dell'arte" e sulle esperienze compiute;
la creazione di un coordinamento internazionale; l'ideazione di una strategia
comune e complessiva che possa consentire di ottenere risultati più
soddisfacenti.
Il secondo articolo comparso su "Primary Prevention" contiene una
serie di elementi ricavati da un lavoro di ricerca finalizzato ad individuare
una tipologia di intervento di prevenzione, in questo caso rivolto più
all'abuso di sostanze, alcool compreso, e al disagio giovanile.
Un intervento efficace dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:
1- creare connessioni e sinergie all'interno della comunità dove si
vuole agire
2- scegliere strategie compatibili con le norme ed i valori locali
3- realizzare interventi che agiscono a diversi livelli contemporaneamente
e che siano fra loro diversificati
4- aumentare la partecipazione attiva della comunità e la sua collaborazione
nei diversi momenti di intervento
5- prevedere un costante monitoraggio del progetto, per poter intervenire
in caso di necessità.
La convergenza di alcune acquisizioni è confortante e lo diventa anche
di più se si prendono in esame le concrete iniziative realizzate o
suggerite dagli articoli:
a- diffusione delle informazioni e della consapevolezza rispetto all'uso di
sostanze stupefacenti
b- attività formative che aumentano le capacità in genere e
quelle psicologiche in particolare
c- coinvolgimento nelle iniziative delle agenzie, associazioni, ecc. esistenti
sul territorio per produrre reali sinergie
d- promozione di politiche specifiche di prevenzione in collegamento fra istituzioni
e organismi della comunità (per es. collegare la licenza per la gestione
di un pubblico esercizio con la partecipazione ad attività formative
specifiche; ecc.)
e - attività di sostegno alle associazioni, ecc. presenti nella comunità
per renderle capaci di gestire direttamente attività alternative in
risposta ai bisogni
f - attività formative per migliorare la capacità di lavoro
in situazioni collettive e le capacità relazionali.
Ormai questa impostazione è piuttosto condivisa, tanto che se ne trova
traccia persino nella legislazione italiana (v. Leggi 285 e 309, per fare
degli esempi) così come nella normativa dell'Unione Europea da cui
derivano i Progetti URBAN. Ciononostante passare dalla condivisione dei principi
alla loro applicazione non è ancora né semplice né facile,
perché essi determinano un cambiamento profondo delle logiche che permeano
la nostra cultura e la nostra società. Questo cambiamento non riguarda
solo alcuni contesti più "bisognosi", ma coinvolge la quotidianità
nel suo complesso, dal momento che non è possibile separare spazi o
persone, tracciare un confine preciso fra il "benessere" e il "malessere".
Diventano evidenti per tutti le difficoltà per realizzare un'effettiva
collaborazione, i problemi di relazione che si vivono individualmente si moltiplicano
passando al livello di gruppo e si complicano ulteriormente nella comunità,
dove la quantità e la qualità dei raggruppamenti fanno esplodere
le diversità, le motivazioni spesso in contrasto e le pratiche a volte
contrapposte.
3. LA METODOLOGIA DI INTERVENTO: ALCUNE COSTANTI PROBLEMATICHE
La nostra esperienza nel settore della prevenzione primaria è ormai
più che ventennale ed è stata realizzata attraverso iniziative
diversificate sia per contenuto; che per approccio e focalizzazione; e per
target di utenti privilegiati.
Abbiamo infatti predisposto un modello di intervento che continuiamo a perfezionare
sulla base delle verifiche esterne, là dove esso è applicato
e realizzato. Insieme, abbiamo potuto renderci conto in questi anni di attività
che ci sono alcune situazioni che tendono a ripetersi e che in alcune occasioni
risultano essere di supporto alla vita ed all'evoluzione del progetto, ed
in altri casi sono di estremo rallentamento, quando non addirittura di ostacolo
completo.
Questo contributo si propone di evidenziare queste situazioni e di suddividerle
in "a favore" e "contro" nei confronti del progetto da
realizzare, procedendo in maniera schematica e con lo scopo di offrire ulteriori
elementi di riflessione.
Benchè si parli da più di 25 anni di prevenzione primaria,
per lo meno in Italia, e nonostante negli ultimi anni lo Stato e anche l'Unione
Europea si siano impegnati sia attraverso le Leggi che predisponendo finanziamenti
specifici relativamente a questo settore, si tratta ancora di un tipo di scelta
elitaria, la cui diffusione a livello di consapevolezza profonda è
ancora limitata. Non esiste quindi in modo diffuso una reale mentalità
di tipo preventivo né, ovviamente, esiste una cultura al riguardo.
Il che significa, molto spesso, che le trattative per la realizzazione di
un progetto di questo tipo durano almeno un anno. Quando poi finalmente il
rapporto viene formalizzato, la situazione ha le caratteristiche indicate
di seguito.
Committente principale forte - di solito è l'Amministrazione Comunale oppure la ASL, o un'altra Istituzione pubblica; l'idea è sua e ad essa spetterà di farsi carico dei finanziamenti relativi al progetto stesso. Spesso però l'adesione all'iniziativa è più apparente e formale che sostanziale. E questo provocherà qualche problema nella gestione dell'attività.
Difficoltà ad "allargare la committenza" - per creare un'
organizzazione che faciliti le connessioni e le sinergie fra le diverse Istituzioni
esistenti sul territorio; ciò non solo serve per l'avvio e la prima
realizzazione delle attività in programma, ma pone le basi perché
la Comunità si gestisca in proprio il progetto all'uscita del consulente.
Benché si parli ormai frequentemente di "lavoro di rete"
la realizzazione dei collegamenti é estremamente difficile e stimola
competizioni reciproche, anziché facilitare la collaborazione.
Comunità "dispersa" e frantumata- nel senso che quasi non
esistono rapporti e comunicazioni "orizzontali" fra i cittadini
presenti su un territorio e quindi membri della comunità: essi sono
quasi totalmente estranei fra loro. La scarsa socializzazione fra le persone
é spesso sintomo di indifferenza reciproca che sarà molto difficile
da superare. Ciò vale anche per le aggregazioni, più o meno
formali, esistenti sul territorio, le organizzazioni e le istituzioni.
Esiste di solito una estrema parcellizzazione delle risorse collegata ad una
reciproca ignoranza sia relativa all'esistenza, sia ovviamente rispetto alle
attività promosse e realizzate.
Non esistono e sono guardate con sospetto, le collaborazioni fra gruppi e
associazioni.
Infine esiste una distanza che sta diventando incolmabile fra istituzioni
e cittadino.
Diffidenza diffusa - di solito esiste un unico elemento comune fra i membri
della comunità, anche se hanno differenti poteri e responsabilità.
Si tratta di una sorta di diffidenza che, nel momento di avvio di un progetto
di prevenzione, si dirige su chi promuove e su chi realizza il progetto.
Questo sentimento è collegato con il senso di colpa, a nostro parere
di "natura atavica", nel senso che il progetto stesso, nel momento
della sua assunzione, testimonia l'incapacità della comunità
e dei suoi membri di affrontare e risolvere i problemi che via via si sviluppano.
Ne deriva la tendenza a personalizzare qualsiasi situazione, trasformando
ogni incontro in una specie di confronto, quasi da tribunale, o in un aperto
conflitto in cui i rappresentanti della comunità coinvolti si impegnano
a dimostrare il loro valore e l'inutilità di quanto si è intrapreso,
dimenticando che, in ogni caso, e stata la comunità stessa a chiedere
aiuto, anche se per lei lo ha fatto un numero ristretto, ma rappresentativo,
dei suoi membri.
Da un lato c'è una corsa al protagonismo sfrenato, al testimoniare
la bontà delle proprie strategie e delle proprie azioni. Dall'altro
ci sono resistenze di tipo psicologico così radicate da costituire
un serio impedimento a qualsiasi azione.
In pratica, semplificando, la situazione è quella del "molto rumore
per nulla", cioè delle parole più numerose e appariscenti
dei fatti i quali ultimi sono continuamente esorcizzati ed impediti da ostacoli
insormontabili.
Competitività "strisciante" - si tratta di un fenomeno che
si evidenzia su due fronti, uno che potremmo definire come orizzontale e l'altro
verticale. Nel primo caso si tratta di rivalità fra pari, cioè
che si esprime fra i rappresentanti della comunità stessa che preferiscono
evidenziare le differenze che valutano insormontabili, anziché ricercare
strategie che consentano collegamenti e valorizzazione reciproca.
Il secondo tipo di competizione si esprime molto spesso nei confronti del
consulente che, in un primo tempo, è oggetto della fiducia del committente
in primis e, di conseguenza, della comunità attraverso i suoi rappresentanti.
Non appena, però, il consulente evidenzia punti deboli o elementi conflittuali,
il sentimento della comunità nei suoi confronti muta e in prima istanza
diventa di disistima e di aggressività, per arrivare alla competizione
più sfrenata.
Tutto ciò si spiega come comportamento reattivo nei confronti del consulente
e resistente al cambiamento necessario per migliorare le condizioni di vita.
Lamento per rifiutare l'aiuto - benché sia una dinamica più
tipica del piccolo gruppo che della comunità, questa definizione si
adatta bene alla situazione in quanto è spesso espressa nel piccolo
gruppo dei rappresentanti della comunità, cui spetta di "governare"
il progetto e dettagliarlo nelle sue specificità.
Anche questo fenomeno è connesso con le resistenze al cambiamento che
fanno preferire la routine, benché evidentemente insoddisfacente, all'innovazione
e all'incertezza di situazioni nuove. In sintesi, nessuna proposta va bene
perché c'é sempre un "ma...", sempre un'eccezione
non considerata dal consulente, una diversità fra quella comunità
ed il resto del mondo che rende la situazione unica ed irripetibile.
Burocrazia - se tutto questo non funziona -nel senso di rallentare o demolire il progetto- c'è sempre la possibilità di inserire qualche inghippo organizzativo, ovviamente ineliminabile ed insuperabile, qualsiasi strategia si adotti. Questo tipo di blocco è uno dei più efficaci perché è strettamente connesso con la mentalità delle persone e ben si "sposa" con le difese della comunità. Fa parte della serie resa famosa dal "Gattopardo" quando diceva che ... "bisognava far finta di cambiare tutto per lasciare tutto immutato". In Italia certamente abbiamo il primato per la numerosità delle leggi e dei cavilli relativi.
Comunicazione parziale e comunque disturbata - soprattutto per quanto riguarda attività parallele o con obiettivi simili o addirittura uguali al progetto, fatte a volte da un ufficio diverso della stessa amministrazione. Se la confusione esiste all'interno di un organismo, la cosa peggiora nei confronti degli esterni e dei cittadini che sono i destinatari finali dell'iniziativa. Non occorre precisare che ciò influenza grandemente l'andamento del progetto!
Adulti problematici- a fronte di giovani spesso consapevoli e "maturi", il vero problema è la scarsa consapevolezza degli adulti di avere necessità di un intervento indirizzato a loro ed il rifiuto dello stesso nella maggior parte dei casi in cui gli viene proposto.
Non si tratta di ostacoli insormontabili e non va mai dimenticato che, nonostante tutto, il committente è in buona fede. Per superare le difficoltà il fattore tempo è determinante per poter concretizzare dei risultati. Come è importante che entri nel senso comune che ciò che viene chiesto attraverso questi interventi è di modificare fortemente e profondamente la mentalità, gli atteggiamenti, i comportamenti delle persone, e la cultura della società: non un lavoro da poco, dunque.
Nel caso del progetto "Portale di Comunità" un'ulteriore
difficoltà era rappresentata dall'originalità degli strumenti
utilizzati: il computer e Internet. L'utilità dell'uso del PC (personal
computer) è ormai dimostrata e soprattutto i giovani hanno grande facilità
ad utilizzarli. Resta il fatto che sono spesso considerati esclusivamente
uno strumento di lavoro. Dunque non sono ancora diffusi in tutte le case.
Per questo si richiedeva la realizzazione di postazioni Internet aperte al
pubblico, facilmente fruibili da minori, adolescenti e giovani, destinatari
privilegiati di questo intervento.
Per quanto riguarda Internet esistono invece ancora molti pregiudizi che derivano
principalmente dalla convinzione che l'estrema libertà che lo caratterizza
sia stimolo per azioni illegali e contro la morale, che possono influenzare
negativamente "giovani menti". Certamente si verificano situazioni
di questo tipo, ma a nostro parere non in quantità e con frequenza
così elevata come si sostiene. D'altra parte anche l'uso indiscriminato
della televisione potrebbe produrre esiti simili, eppure molti genitori non
hanno remore ad arricchire le camerette dei loro figli con apparecchi affidati
alla loro completa gestione. Inoltre è voce comune che Internet riduca
drasticamente le occasioni e le possibilità di socializzazione "de
visu", condannando alla solitudine e riducendo le occasioni di incontro
e di conoscenza.
Invece Internet ha un vantaggio - ancora poco valorizzato da chi "frequenta"
poco o per niente l'ambiente- che è la possibilità di collegarsi
con tutto il mondo pur restando fra le pareti domestiche. E ciò costituisce
un "plus" innegabile soprattutto se si vive in zone isolate, con
difficoltà di comunicazione, se si è privi di un mezzo di trasporto
proprio, se si è giovanissimi e con scarsa autonomia dalla cerchia
familiare. Senza voler parlare dei costi di gestione estremamente bassi, che
ne fanno un mezzo competitivo anche rispetto al telefono.
Dunque se ci si può collegare con chi sta all'altro capo del mondo,
si può farlo anche col compagno di scuola che abita nel paese confinante,
o con l'amico che sta tre case più in là, ma non può
essere visitato direttamente perché ha la febbre.